|
La campagna, le tradizioni contadine, le miniere di zolfo, sono alla base della nostra cultura siciliana, in particolare di quella rurale. Esse, in fondo, costituiscono la nostra identità. Vanno salvate e tutelate; vanno riscoperte, quando stanno per essere dimenticate. Recuperare e portare alla ribalta gli scritti di Alessio Di Giovanni, che da maestro ha saputo cogliere, vivendoli, questi aspetti del nostro vissuto culturale più schietto e genuino, è un dovere che mi sembra sia da evidenziare, tanto più che caratterizzano il nostro entroterra agrigentino, quello del ciancianese. Se da un lato il Di Giovanni è stato riscoperto da Leonardo Sciascia e Da Natale Tedesco, è pur vero che la sua opera per lungo tempo non è fluita in quei canali che le avrebbero consentito di sfociare nella critica letteraria più attenta e sensibile. Nato a Cianciana l'11 ottobre del 1872, Alessio Di Giovanni preferì, ma con amore, parlare dei suoi luoghi natii, usando il termine Valplatani, perché gli risultava carico di quella umanità presente tra le genti che hanno abitato i territori circostanti il fiume Platani. . E' così che riferisce di sé il Di Giovanni in un articolo scritto su "La Sicilia", il 15 novembre 1926, dal quale si può cogliere come il verismo abbia fatto da sfondo ai suoi scritti, alla cui base si evince una convinta adesione al Vangelo e al francescanesimo. I problemi sociali sono considerati capillarmente, ma non sfruttati in senso politico: sono rappresentati, in modo plastico e poetico, quei campi che egli ha conosciuto bene, dove si è mosso con disinvoltura naturale e pura, così come le terre incolte e le masserie disseminate che hanno dato lavoro, anche se "respiravano" di mafia, alle genti indigene. Ma è il rapporto uomo e natura che fa da filo conduttore in tutta l'opera del Di Giovanni: l'alternarsi delle stagioni; i frutti della terra, più o meno avara; il tempo che fluisce; la quotidianità che sa di duro lavoro; e poi quel "vento" che egli descrive con poetica disinvoltura e che fa da cornice al suo scrivere per descrivere. Nella "zolfara" esprime con forza la sua creatività letteraria.. Sia il nonno che il padre, possedevano una miniera di zolfo che gli permise di conoscere bene questo mondo fatto di fatica e di sofferenza; un inferno senza speranza, senza possibilità di riscatto sociale; un mondo dove lo sfruttamento dei minorenni era ordinaria amministrazione; un mondo che il Di Giovanni ha saputo cantare con quel sentimento francescano di cui è pervasa tutta la sua attività letteraria. Il Di Giovanni si è reso sensibile nei confronti degli umili o ultimi. Quegli umili che lavorando nelle zolfare e nel latifondo, diventano una chiave di lettura per comprendere il vissuto culturale della storia della nostra gente della prima metà del secolo XX. Oppressione e illegalità, hanno fatto da cornice a quel mondo, in cui il farsi giustizia da sé era lo strumento per combattere protezionismo e clientelismo. Con la sua produzione letteraria, il Di Giovanni ha saputo veicolare un messaggio che si è rivelato, allo stesso tempo, di protesta e di denunzia di una società impostata su strutture rigidamente feudali. Attraverso la riscoperta della sua opera e della sua arte poetica, con la quale esprime umanizzazione, sentimento e coinvolgimento emotivo del lettore, certamente si avrebbe uno spunto in più per conoscere la nostra memoria storica.
|