Quando Di Giovanni rimproverò Verga

di Salvatore Ferlita

Sono trascorsi sessant'anni dalla morte di Alessio Di Giovanni, e per il poeta di Cianciana le cose non sono affatto mutate: la sua sfortuna critica perdura, nonostante gli sforzi fatti da pochi cultori, tra cui Salvatore Di Marco e Eugenio Giannone, per portare finalmente in auge uno dei più grandi autori dialettali isolani. E dire che su Alessio Di Giovanni si erano pronunciati Leonardo Sciascia e Pier Paolo Pasolini: il primo, lamentando il silenzio della critica riguardo alla produzione del poeta di Cianciana: "Ma di ciò la colpa è precipuamente nostra - scriveva lo scrittore di Racalmuto sulle colonne de "l'Amico del popolo" in occasione del centenario della nascita del Di Giovanni - cioè di quegli istituti che sono culturali per nome e non per attività". Dal canto suo, Pasolini aveva inserito i versi dell'autore di "Lu fattu di Bissana" in un'ormai famosa antologia dialettale italiana. Poca cosa, se si guarda all'opera di Alessio Di Giovanni, il quale fu poeta, romanziere, drammaturgo e saggista. Memorabili rimangono i suoi interventi militanti sul dialetto e la nuova scuola poetica siciliana, in opposizione al melenso bagaglio meliano, annacquato com'era, tra l'altro, di italianismi.

L'intento del Di Giovanni era quello di effettuare una fedele registrazione del parlato vernacolare isolano, prima, per poi passare, in una fase successiva, "dal vernacolo al dialetto", con il superamento della parentesi fonografista, e la velleità di dar vita a una sintesi di tutte le parlate dell'Isola, a un koinè dialettale cui si riallacceranno successivamente i poeti Paolo Messina e Salvatore Camilleri, propugnatori di un codice letterario dialettale comune. Proposta che si sarebbe rivelata impraticabile, come lo fu del resto per il Di Giovanni, il quale, se fosse rimasto fedele alle sue stesse teorizzazioni, avrebbe dato vita ad un "ibrido mostruoso" (Giorgio Piccitto).

Per fortuna, a volte, gli esiti si discostano ampiamente dai propositi, e infatti la lingua del Di Giovanni rimase un impasto agrigentino che si nutriva di apporti di palermitano e di termini di diversa origine. Sono da inquadrare in questo ambito l'adesione di Alessio Di Giovanni al "felibrismo" di Mistral, con l'ansia quasi archeologica di salvaguardare il nostro patrimonio linguistico in una profonda comunanza di spirito e ideali con i colleghi provenzali, e soprattutto la famigerata polemica con Giovanni Verga, in merito alla lingua de "I Malavoglia". E qui siamo ad un punto importante, ossia al "rimprovero" mosso da Alessio Di Giovanni al Verga, per non avere scritto in dialetto il suo romanzo più famoso. "Se Giovanni Verga avesse accolta nella sua anima, così materiata di rude realtà, la gran luce che si sprigionava fin d'allora dalla schietta dottrina felibrista, e avesse scritto in puro siciliano "I Malavoglia" e gran parte delle "Novelle rusticane", certo egli non solo avrebbe dato al linguaggio dei suoi avi uno splendore di suprema, imperitura bellezza, ma la sua arte avrebbe attinta anch'essa la perfezione suprema". Così il Di Giovanni, in una conferenza sull'arte del Verga tenutasi a Palermo nel 1920. Sappiamo, d'altronde, che il Verga non ascoltò questi appelli, e ci viene facile oggi dargli ragione, considerata la sua grande innovazione linguistica che, andando oltre il manzonismo, inaugurava ex novo un'epica e una sintassi sconosciute e epiche.

Ma, come diceva Leonardo Sciascia, anche il Di Giovanni aveva i suoi buoni motivi per dolersi della scelta linguistica di Verga. Motivi dettati, anche nel suo caso, dall'"illusione di una verità oggettiva raggiungibile per gradi e per metodi": Verga cercando di strozzare il narratore onnisciente per assumere il punto di vista del personaggio; il Di Giovanni affondando le mani nel corpo vivo, o quasi, del dialetto. Eppure, per superare questa divergenza di opinioni è meglio dar retta a Pasolini, il quale aveva ben compreso che bisognava prendere in considerazione simultaneamente quello che considerava il capolavoro della poesia verista italiana, "Lu fattu di Bissana" e "La lupa" di Verga. Quel poemetto del Di Giovanni "torridamente splendido", per dirla con Pasolini, era quasi una traduzione del componimento verghiano, però con una sua "interna ricchezza e originalità", dovute all'ipotesi teoriche del suo autore. Ma Pasolini si spingeva oltre, leggendo nella scelta del Verga una modernità vincente, di contro a un groviglio oscuro, violento e cupo, regressivo cui aveva dato vita il dialetto del Di Giovanni. E se fino a un momento fa Leonardo Sciascia poteva dirsi d'accordo con l'interpretazione pasoliniana, l'autore di "A ciascuno il suo" non si sentirà poi di riconoscere una sorta di priorità alle scelte dei due perché, a suo avviso, se Verga rispondeva dalla "sponda della prosa" con "La lupa", il Di Giovanni parlava da quella "della vera poesia", considerata tra l'altro da Sciascia come la parte migliore della sua produzione.

Una posizione, questa, che non ci riesce difficile da condividere, considerato che i versi del Di Giovanni hanno dato forma ad un'indimenticabile epopea del feudo e della zolfara. E se è vero che anche per il teatro o la prosa lo scenario era sempre lo stesso, c'è da dire però che nella versificazione il nostro autore raggiunge una notevolissima forza plastica, quasi scultorea, nella natura aspra, rude, quasi muscolosa che rappresenta e che sembra richiamare, per una sorta di "tramando" all'incontrario, le sculture di Wiligelmo. Una poesia, quella del Di Giovanni, che diventa a tratti una discesa agli inferi nei gironi, verrebbe da dire "danteschi" (e Dante è invocato dal Di Giovanni all'inizio di "Nfernu veru" come guida per accompagnarlo nel suo nuovo inferno, dove si può assistere a vere e proprie liturgie funebri, quasi virgiliane, degli zolfatari), inserendosi in tal modo in una linea che, da Pirandello, attraverso Aniante, Rosso di San Secondo, Savarese, Navarro della Miraglia e Lanza, arriva fino a Sciascia.

E proprio nei versi dedicati alla vita degli zolfatari, il Di Giovanni si rivela poeta caravaggesco: per i prepotenti chiaroscuri, per le penombre, per quei dettagli "gustosissimi e tutti fiamminghi" con cui rappresenta ad esempio una caratteristica cantina di zolfara nei sonetti che danno forma a "Nni la dispensa di la surfara", con gli avventori usuali che giocano, bevono, imprecano, urlano. Viene da pensare al quadro di Caravaggio dedicato alla conversione di San Matteo. Ma il Di Giovanni fu anche cantore del feudo, della dura vita dei campi, del sole cocente che, come in un immaginario asse paradigmatico, si oppone alle tenebre delle miniere. Ci sarebbe da accennare ancora alle prose del Di Giovanni, alla sua produzione teatrale; e soprattutto alla sua religiosità, di cui parlò Leonardo Sciascia nel suo tributo al poeta di Cianciana. Religiosità sorprendente, in una terra come la Sicilia, refrattaria da sempre all'insegnamento evangelico. Una religiosità messa ben in evidenza da padre Tommaso Mediani nella agilissima monografia intitolata "Alessio Di Giovanni", che uscì a Palermo nel 1922 (Orazio Fiorenza editore), come primo numero della collana di "Profili" diretta da Calogero Di Mino e dedicata agli "Uomini di Sicilia". In essa, l'autore definisce Alessio Di Giovanni "grande mistico", per il senso creaturale che attraversa le sue pagine. Da qui la sua anima francescana, mossa dal "tremore" e dall'"amore" dinanzi alla natura, e da un "tenero amore fraterno per i diseredati della fortuna". "Si tenga presente che Di Giovanni è un isolato anche, nel senso bernanosiano, "un uomo solo". è isolato culturalmente. Ed è isolato come credente": così ancora Leonardo Sciascia. E di solitudine parlava anche il Mediani: solitudine che si consumava in una via assai remota di Palermo, dove il poeta aveva casa, e solitudine che sconta ancora oggi: un'emarginazione, una vera estromissione dal panorama letterario isolano oggi sempre più intollerabile.

Repubblica - 12 settembre 2006 pagina 8 sezione: Palermo
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