Tre giovani poeti sulla 'Trazzera'

di Salvatore Ferlita

Prima o poi qualcuno dovrebbe dar forma a una storia della letteratura in Sicilia, e nella fattispecie a Palermo, scegliendo come specola da cui guardare agli autori e alle loro opere, quella delle riviste letterarie. Riviste che nel capoluogo isolano hanno trovato sovente terreno fertile: a testimoniare la presenza di fermenti, di slanci immaginativi, di una militanza oggi praticamente in estinzione; di un'attività letteraria intesa come battaglia culturale, impegno e partecipazione energica. Come confronto vivace, spesso anche polemico.
Basti pensare, volgendo lo sguardo al secolo diciannovesimo, ai fasti legati all'esperienza giornalistica del "Momento", periodico letterario palermitano fondato da Giuseppe Pipitone Federico nel 1883, che in Sicilia aprì le porte alla grande discussione sulla letteratura naturalistica. Cementando, in tal modo, un rapporto tra la nostra isola e la terra di Francia, di cui si trova traccia già nel "Diario" del marchese di Villabianca, nelle opere e nella vita di Michele Palmieri di Micciché. Per avere conferma del ruolo centrale rivestito dal "Momento", si può scorrere la lista dei nomi dei collaboratori: a cominciare da Capuana, Verga, Ragusa Moleti, per passare a Carlo Dossi, Filippo Turati, Edoardo Scarfoglio. Per non parlare poi di Verga e di Zola, i quali pubblicarono sulla rivista, rispettivamente, le novelle "La chiave d'oro" e "Senza lavoro".
E che dire, poi, del periodico fondato e diretto da Federico De Maria nel 1905, "La Fronda", che anticipò molte proposizioni e proclami del futurismo? O della "Tradizione", nata a Palermo nel 1928 e diretta da Pietro Mignosi? Ma a fronte di queste tre interessanti e singolari esperienze giornalistiche, di cui oggi si sa tanto grazie agli studi effettuati, tra gli altri, da Natale Tedesco, Anna Maria Ruta, Giuseppe Saja, Donatella La Monaca, non va dimenticato che nel 1927 vedeva la luce a Palermo la rivista "La Trazzera", grazie all'iniziativa congiunta di tre, allora giovani, poeti siciliani: Ignazio Buttitta, Vincenzo Aurelio Guarnaccia e Giuseppe Ganci Battaglia.
Per scongiurare il silenzio che da anni è calato su questo periodico, che ebbe vita breve ma intensa, la Fondazione Buttitta ha messo in programma, tra le varie iniziative, la ristampa anastatica del figlio palermitano. Che, a distanza di quasi ottant'anni, rappresenta la certificazione dell'esistenza in vita di un dibattito culturale animato e intelligente, che oggi in città significativamente latita. Occorre dire che all'altezza della data di nascita della "Trazzera", Buttitta ha già dato alle stampe la raccolta di versi intitolata "Sintimintali" (1923): "Lu pani si chiama pani", opera con cui il poeta bagherese si imporrà all'attenzione della critica e del pubblico, vedrà la luce soltanto nel 1954. Il Buttitta dunque che dà vita, assieme ai suoi due sodali, alla "Trazzera", è un poeta che ancora deve farsi le ossa. Il foglio letterario, sin dalla sua prima apparizione, manifestò una linea editoriale vivace, attenta alle iniziative culturali del tempo, pronta a recepire reattivamente stimoli dalla pubblicazione di un libro, di un'antologia. E quando vide la luce il volume "Poeti dialettali dei nostri tempi. Italia meridionale", curato da Amedeo Tosti, gli animatori della rivista, constatata l'assenza dei loro nomi nell'indice della raccolta, fecero sentire la loro voce, che fu di protesta e di contestazione, per manifestare un risoluto dissenso riguardo a quella malevola estromissione. Era un periodo, quello, in cui il gioco degli inclusi e degli inclusi poteva dare la stura a reazioni risentite. Come quella che ebbe Giuseppe Ganci Battaglia (come ricorda Salvatore Di Marco nel volume "Il filo dell'aquilone. Saggi su Ignazio Buttata", Nuova Ipsa, 1999), il quale accusò apertamente il curatore dell'antologia di "leggerezza colposa". Il condirettore della "Trazzera" si sentiva, a torto o a ragione, vittima di una ingiusta discriminazione. Per correre alle difese, il Tosti scaricò la colpa su Alessio Di Giovanni, il poeta di Cianciana stimato da Leonardo Sciascia e da Pier Paolo Pasolini, il quale, in base alle parole di Tosti, avrebbe fatto da consulente, in merito alla sezione relativa alla poesia dialettale siciliana. è probabile, come sospetta Di Marco, che Alessio Di Giovanni non avesse alcuna responsabilità, relativamente all'esclusione dei tre poeti dalle pagine dell'antologia di Amedeo Tosti. Sta di fatto, però, che dopo l'articolo di Battaglia, pubblicato sul numero tre della rivista (aprile 1927), Ignazio Buttitta firmò, sempre sulla "Trazzera", una lettera indirizzata ad Alessio Di Giovanni, che prendeva l'abbrivio dalla querelle suscitata dal volume del Tosti, per poi però spostare la polemica su un altro fronte, e cioè sulla inclemenza manifestata dal Di Giovanni riguardo al poemetto dello stesso Buttitta, "Marabedda". Da lui stesso consegnato al poeta di Cianciana intorno al 1925, come scrive Di Marco, affinché ne scrivesse la traduzione in lingua italiana. Traduzione che avrebbe in un certo senso certificato la validità dell'opera di Buttitta.
Dal canto suo, il Di Giovanni quella traduzione non la scrisse mai. Anzi, nel 1927, restituì al mittente il manoscritto. La cosa, come è facile intuire, non fu digerita facilmente dall'autore di "Io faccio il poeta". Il quale, nella sua nota di protesta, accusando il Di Giovanni di avere nascosto il suo nome, assieme a quelli dei due condirettori, al Tosti, scrisse a un certo punto della sua requisitoria: "La più grande distanza tra voi e noi l'ha creata il tempo. Il paragone lo faremo tra quarant'anni. E se la vostra strada è grande e luminosa, mi fa pena dirvelo, sta per finire e la nostra per cominciare". Parole "di ferro", potremmo dire, quelle di Buttitta: intimidatorie quasi, per lo meno profetiche. E una volta acquietata la polemica, il poemetto oggetto della tenzone, "Marabbedda", avrebbe visto la luce, con le edizioni della "Trazzera", l'anno successivo, nel 1928: con la traduzione in lingua italiana di Ganci Battaglia e la nota introduttiva di Guarnaccia. Un gioco di squadra, dunque, quello praticato dai tre poeti, i quali con la loro rivista stavano per aprire le porte alla nuova poesia dialettale siciliana.

Repubblica - 14 luglio 2006 pagina 12 sezione: Palermo
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