|
É per me di particolare interesse parlare del poeta Alessio Di Giovanni, non tanto perché egli è nato nell'agrigentino, quanto perché la particolare e straordinaria poesia del vate di Cianciana mi consente un aggancio di natura storico economica sulla Sicilia. Certo non vi aspetterete che possa parlarvi dei valori letterari della poesia dì Alessio Di Giovanni, giacché anche se è un poeta che da tempo conosco ed ammiro io non ho alcuna competenza di letterato. Nella mia conversazione quindi tenterò di trattare l'uomo ed i perché delle sue scelte poetiche, inquadrando il tutto nel contesto storico economico della Sicilia. Sarebbe da parte mia presuntuoso dire di conoscere appieno l'opera poetica del nostro vate, comunque mi sia consentito affermare di aver letto molto del e sul poeta di Valplatani tanto da potere parlare dell'uomo e del suo modo di pensare. Sulla base di tali conoscenze non posso non condividere quanti affermano che egli amò fortemente la sua terra e la scelta di poetare in dialetto è una riprova di questo suo attaccamento alla Sicilia. Questo amore e questo attaccamento dovettero necessariamente portarlo a studiarne la storia, anche per potersi dare delle risposte ai tanti "perchè" di certe realtà che lo circondavano, senza dire che la cultura era di casa nella famiglia Di Giovanni e il padre, oltre ad essere notaio, sì interessava di studi storici municipali. D'altra parte è tutto il progetto complessivo della poesia di Di Giovanni che ha un senso storico e possiamo anzi affermare con Vincenzo Arnone, che egli fu un poeta col senso della storia ed è ai ritmi della storia che volle accostare le sue poesie e nel contesto della vita della sua Valplatani far vivere i suoi personaggi. "Il nostro poeta cercò di fare del suo canto una voce del feudo e della zolfara", anzi qualcuno lo ha voluto definire un uomo che "puzzava di terra e di zolfo", per aver voluto fare di questo binomio i riferimenti portanti della sua poesia ed è in tale binomio che sintetizza tutte le bellezze e le bruttezze dell'isola, anche se nella sua poesia nessuno aspetto della vita siciliana è da lui ignorato o trascurato. Ho letto che Di Giovanni progettava di riunire in una unica opera, che avrebbe intitolato "A la campia", tutta una parte della sua produzione poetica che avrebbe dovuto contenere, fra l'altro, "Voci del feudo" e "Sonetti di la surfara". Peccato che quel progetto non si sia realizzato, perchè avremmo avuto il più bel poema della Sicilia, stante come il poeta ha saputo cosi mirabilmente descrivere le bellezze delle sue terre, i patimenti dei suoi uomini e la bruttezza delle sue miniere.Feudo e zolfo sono divenute le due idee portanti della poesia digiovanniana, giacché l'autore conosceva e sentiva che questo binomio, nel bene e nel male, stava alla base della storia economica e sociale della Sicilia. Feudo e zolfo, infatti, hanno costituito le occasioni mancate per la svolta dell'Isola, anche se molti su dì esse si sono arricchiti, ed è stato in esse che si sono annidate le disgrazie del popolo siciliano, stante che una minoranza di sciagurati non ha saputo usare i preziosi doni della natura e li ha violentati e sfruttati. Concordo con lo storico Carlo Marino nel collocare Di Giovanni all'incrocio di due complesse realtà della società siciliana, quella contadina e l'altra costituita dal mondo della zolfara, realtà" che componevano l'orizzonte nel quale viveva il poeta di Valleplatani. Non concordo, però, sull'apodittica affermazione del Marino circa il fatto che il Di Giovanni fosse "ben poco o niente affatto incline ad auspicare sconvolgenti cambiamenti dell'esistente", che latifondo e zolfare "dovevano apparirgli come elementi strutturali permanenti e immodificabili di una complessa e densa civiltà siciliana da comprendere e da preservare nel bene e nel male". Esaminiamo un momento separatamente le due realtà. La terra siciliana del Di Giovanni non è più il granaio d'Europa e nea, come ancora molti erano portati a ritenere all'inizio del XX secolo: essa non è più in condizione di produrre tutto quel grano che arricchì tanti baroni a costi quasi nulli. Certamente se Brydon fosse venuto a visitare la Sicilia nel Novecento non avrebbe potuto scrivere, come scrisse:"Ma è concepibile che un governo riesca a rendere povero e miserabile un paese che produce spontaneamente tutto quello che il lusso stesso può desiderare?". La cultura storica del Di Giovanni gli permetteva di comprendere che erano ormai lontani i tempi in cui la Sicilia era in condizione di sfamare quasi l'intera Europa col suo grano, infatti ormai i baroni, che allora si erano portati nei loro feudi e avevano votato le terre alla monocoltura del frumento , dopo essersi arricchiti alle spalle della povera gente e aver fatto della Sicilia "la cittadella della feudalità`, si erano trasferiti nei loro palazzi di città. Ormai non era l'epoca in cui le continue richieste del mercato mettevano in condizione di esportare quanto più grano possibile, con la complicità della Monarchia, che per procurarsi maggiori entrate erariali vendeva all'asta Ie tratte", quei titoli che davano diritto ad esportare, spesso in quantità eccedenti la produzione, senza curarsi delle conseguenze per il popolo della scomparsa del grano dal mercato locale. Apparteneva ormai alla storia quell'irrazionale sfruttamento della terra fino a che questa non si fosse inaridita e di quel tempo erano solo rimasti i "gabelloti", cui i baroni avevano lasciato i feudi, e il lusso e lo sfarzo di questa nobiltà arricchita. Oltretutto la sopravvenuta abbondanza del grano russo e di quello degli Stati Uniti aveva fatto molto rallentare la richiesta del frumento siciliano, sicché agli inizi dell'Ottocento la Sicilia aveva dovuto prendere atto di aver perduto l'occasione per una sua svolta épocale ed il feudo si era trasformato in un latifondo quasi incolto ed era solo fonte di miseria per i poveri contadini e di sviluppo della mafia. Consapevole di questa nuova realtà Di Giovanni, in quel grande affresco idilliaco quale è " Ni la massaria di lu Mavaru" . constata: " nun cc'è nuddu ni lu feu 'nmezzu li terri gerbi e li ristucci". Ma tutto possiamo dire della poesia del feudo, ma mai che in essa si coglie un Di Giovanni borghese e conservatore. Egli crede ancora in qualche possibilitá di redenzione, anche se è deluso del fatto che lo Stato prefascista, invece delle riforme, non aveva trovato di meglio che moltiplicare le inchieste e i memoriali o peggio reprimere con la forza gli scoppi di irosa ribellione come quelli avutisi durante i Fasci Siciliani.Nonostante le delusioni, il poeta di Valleplatani spera nella fine del latifondo, crede nella strombazzata politica agraria mussoliniana, perciò concordo con Lucio Zinna che la 'Voce del feudo" ha voluto avere "l'intento e il significato di offrire una testimonianza lirica di un mondo che l'autore riteneva giunto al suo tramonto". Ecco perché la poesia del feudo è" fatta di silenzi e di "voci", di tante voci da quelle della natura a quelle degli animali, delle piante e non manca, anche se è flebile, la voce dell'uomo e delle sue miserie.Di Giovanni sapeva che non era più la terra a dominare, ma lo zolfo ed era su questo filone che si era spostato l'interesse e lo sfruttamento dei soliti spregiudicati. La terra ormai non permetteva più facili arricchimenti ed era solo fonte di miseria per chi la lavorava, mentre lo zolfo era richiesto ed esportato.Infatti. attorno al 18301 decolla il progresso industriale inglese e francese ed in particolare dell'industria chimica, sicché c'è tanto bisogno di zolfo, materia prima tanto indispensabile per quel tipo di industria.La forte richiesta di quel minerale indusse molti speculatori, quella stessa tipologia di gente che si era arricchita con l'esportazione del grano, ad interessarsi di zolfo. Da allora fu un susseguirsi di iniziative tese a sfruttare il minerale zolfifero, tanto abbondante nella parte di Sicilia posta fra le Madonìe e il mare Mediterraneo e sempre più" richiesto stante il crescente bisogno di acido solforico da parte dell'industria europea. Il periodo posto fra il primo quarto e la metà del secolo XIX costitui il momento apicale per la ricerca di sfruttamento di quel minerale e la "febbre dello zolfo" contagiò tanta gente, tutti in Sicilia parlavano di zolfo e l'attività estrattiva venne ad interessare ogni categoria di persone, chi per lavorarvi, chi per specularvi. Di certo lo zolfo, oltre a far vivere quanti lavoravano nelle miniere o vi investivano il loro denaro, creava un largo indotto che andava dagli addetti ai trasporti, agli intermediari, ai portuali, ai fornitori di attrezzature, sino ad arrivare all'intero settore del commercio, comprendendo in esso anche i proprietari delle bettole.La sempre maggiore richiesta di zolfo da parte dell'industria chimica europea, nell'arco di qualche decennio, aveva fatto passare le esportazioni dalle migliaia ai diversi milioni di tonnellate di minerale e ciò, di conseguenza, aveva portato ad un consistente aumento del prezzo del pregiato prodotto: basti pensare che nell'arco di un quinquennio (1830 1835) il prezzo medio del minerale all'imbarco risultò triplicato. Tutto questo creò euforia ed illusioni, anche perché diversi furono coloro che si arricchirono in poco tempo, si credette al definitivo avvento del benessere e ciò indusse proprietari terrieri, detentori di capitali, avventurieri, cosche mafiose, politicanti e perfino diversi sacerdoti ad entrare nel settore.Così fino a quando l'espansione dell'industria chimica dipese prevalentemente dallo zolfo siciliano e quindi il mercato andava in modo ottimale molti furono i baroni e gli altri affaristiche si interessarono all'estrazione di quel minerale, ma scesero in campo anche i veri imprenditori nostrani, come i Florio, e ditte specialistiche straniere come Granet, Polis e Wood che investirono parecchie somme nelle miniere.Lo zolfo si vendeva, il prezzo aumentava e le illusioni crescevano sino a fare scrivere al grande Michele Amari che lo zolfo fosse stato "la salvezza della Sicilia". In tanta euforia pochi si resero conto che una organizzazione di tipo feudale si era trasferita nelle miniere. Fra ì due mondi sì era creata anche una comunione di figure: anche nell'attività estrattiva il personaggio principale era "il gabelloto" , di feudale memoria , che nella specie era colui che individuando una zona con possibilità di giacimento zolfifero chiedeva al proprietario del terreno l'uso del sottosuolo dietro corresponsione di una parte del minerale estratto. Non ci si rese conto che l'organizzazione data alle miniere era pletoricamente intrisa di passaggi parassitari: proprietari, gabelloti, esercenti, sborsanti,e partitanti costituivano una ragnatela di interessi, di? guadagni e di deresponsabilizzazioni. Nello zolfo, come prima nel periodo d'oro del grano, si ebbe in comune la mancanza di professionalità commerciale, cioè l'interesse nel grande commercio del prodotto e cosi, come la vendita del grano ai paesi esteri fu nelle mani di veneziani, pisani e genovesi, quella dello zolfo fu in mano agli inglesi. E quando il Governo borbonico, attraverso un accordo con i francesi della Taix Aycord, tentò dì sostituirsi alla inesistente organizzazione commerciale siciliana e di rompere il monopolio inglese, si indifeso e con minacce anche di tipo militare, sicché fu trovo solo. costretto a rescindere il vantaggioso contratto con i francesi e risarcire loro i danni economici. Il mancato interesse da parte degli operatori del settore a difendere le posizioni governative borboniche, che avrebbero migliorato i prezzi del minerale, fa pensare che ancora una volta la miopia della monocultura prevaleva, infatti gli operatori attratti dal facile guadagno, stavano ripetendo nello zolfo gli stessi errori commessi nello sfruttamento feudale della coltivazione del grano. Ancora una volta l'interesse era solo per il prodotto da vendere, senza preoccuparsi di altro, senza pensare al domani e al suo dovere di imprenditore, senza tenere presente che nella miniera oggi, come nella terra ieri, come in qualunque altra azienda sempre, vanno operati i necessari investimenti per migliorane la struttura e creare condizioni migliorative di lavoro, sia per quanto riguarda la salute che il benessere dei dipendenti.Le miniere, infatti, erano concepite in modo tale da non prevedere miglioramenti innovativi nelle strutture e nelle macchine e di non salvaguardare la incolumità degli zolfatai. La miniera rimaneva così male sfruttata, i lavoratori mal pagati e la produzione dello zolfo, oltre a costare tante vite umane, arrecava irrimediabili danni all'ambiente e al patrimonio arboreo esistente nel territorio. Non venivano osservate ne leggi ne regolamenti, si mirava solo al profitto. C'erano zolfare che, come scrive Leonardo Sciascia, " a memoria dei propri vecchi, i padroni avevano sempre sfruttato senza curarsi della sicurezza degli operai e (quindi) frequenti erano le "disgrazie", il crollo di una volta o lo scoppio dell'antimonio, e le famiglie di quelli che restavano schiacciati o arsi se la prendevano con il "destino". E' a questo "destino" che si ribella Alessio di Giovanni e lo fa con una poesia rovente e fosca, piena di angoscia e di "Nfernu veru".Quanta differenza fra la bucolica poesia delle `Voci del feudo" e l'amarezza, la rabbia, e il livore dei "Sonetti della solfara", il feudo di Di Giovanni, anche se pieno di povertà e di stenti, non è più quello della febbre del grano, non interessa più i cinici trafficanti; è lo zolfo che ora arricchisce ed è quel minerale il nuovo oggetto di sfruttamento da parte degli speculatori, che sì muovono senza guardare a nulla e poco preoccupandosi che la sua estrazione, per dirla col Di Marco, è continua "dannata causa di lacrime e di sangue al duro prezzo d'amarissimi e stentati salari". Il nostro poeta ebbe un senso di ribellione contro questo modo di gestire un'industria e quindi imprecava contro quelli che avevano trasformato in "carnaia" la "zolfara".Di Giovanni ha chiaro nella sua mente che baroni , gabelloti e quanti si erano attivati allo sfruttamento dello zolfo, si erano, ancora una volta resi protagonisti, come lo furono per il grano, del mancato riscatto economico della Sicilia.Ma la sua è solo rabbia. non rivolta, egli rimane, come scrive Di Marco, " il severo cantore delle pene pesantissime sofferte dai più umili lavoratori selle zolfare siciliane". Senza volere entrare nell'aspetto letterario della poesia, dei sonetti della zolfara del poeta di Valleplatani, non posso non constatare lo straordinario realismo poetico contenuto in quei versi. Quei minatori che "parinu di li morti accumpagnati", quei picconieri "jttati muribunni a li pirrera misi comu li cani a la catina", quei poveri "carusi" "ca fannu Qna vitazza di duluri sutta la terra scura e summurusa" non possono essere rappresentati meglio di come ha potuto fare Di Giovanni, "il drammaturgo delle zolfare". Si discute sul perché Di Giovanni, anche se socialistizzante, non pensa alla rivolta, ma ciò nulla fa perdere alla sua poesia che è sfida e riscatto e vuole dare un nuovo volto umanizzante a quel settore economico dì cui la Sicilia ha bisogno.Quella degli zolfatari è una delle più tristi e miserevoli storie di quante se ne conoscano in Italia e in Europa negli anni in cui si sviluppò la moderna industria occidentale ed il nostro poeta, consapevole di ciò, ne fa pubblica denuncia nella speranza che le sue parole valgano a farla cambiare.In quelle miniere Di Giovanni sa che non c'è alcuna speranza di vita ed ecco le scene drammatiche che valgono a colpire il lettore, ecco la necessità di una poesia che sappia far respirare questa aspra realtà. Il disgusto per quelle condizioni estreme della zolfara e degli zolfatai per Di Giovanni non è soltanto poesia e letteratura, ma è convinta presa di posizione.Infatti, anche nella prosa di "dentro le viscere della terra" il nostro ciancianese descrivendo la "zolfara" quando ancora è all'estemo di essa già sente stringere il suo cuore davanti agli "arditura" con "al capo una pezzola rossa, annodata alla nuca" che grondano sudore in quella specie di "tana?fornace" con un lavoro che "accurzava addi puvireddi li pidati".La sua descrizione si fa ancora più" cupa quando, entrato nelle "tenebrose buche", incomincia a scendere, i gradini disuguali e ripidi dell'umile scala che si sprofonda "dentro le malfide viscere della gna con qulle ne esalazioni solforose così acute da fare mancare il respiro.Ma il peggio deve ancora venire: "a un tratto in fondo a quel tortuoso lo, comparve una fila di lumaconi i quali ondeggiavano nell'area osa come fiammelle fantastiche. 1 carusi, seminudi, respirando affannosamente, piangendo, lamentandosi, salivano curvi sotto il sacco traboccante dello zolfo. Essi, come tanti Cristi al Calvario, "muti trombasciati, doloranti poveri ragazzi ci passarono accanto senza alzare nemmeno lo sguardo". Poi è il momento dei picconieri che 1avorano e irosi. accompagnando ogni colpo di piccone e di mazza con un ha cupo e rantoloso. Di Giovanni si sente "stordito e stanco in fondo a quell'orribile buia ne in cui il lavoro non sembrava una liberazione o una gioia, ma una condanna orribile di un oscuro delitto" e quando finalmente esce, quando, dice, 'fui di nuovo all'aria aperta non vidi l'ora di allontanarmi, di fuggire "POVERI SURFARARA SFURTUNAT" poi canta il poeta. Di Giovanni soffre davanti a quella triste realtà, ma sa che nonostante gli zolfatari costituivano una nuova classe sociale più consapevole dei diritti e con proprie caratteristiche. La differenza più marcata fra lini e zolfatari era di natura caratteriale, infatti mentre i contadini chiusi nella loro fame e nella loro miseria, gli zolfatai avevano un ramento più vivace, il duro lavoro li rendeva rissosi e violenti, ma spenderecci e sapevano vivere meglio la loro stentata vita. Lo zolfataio, che ogni giorno metteva a repentaglio la sua vita, rinfacciava al contadino quel modo di vivere simile ad un somaro che rivendicava il diritto ad un diverso stile di vita, il diritto di alleggerire le fatiche con i piccoli divertimenti festaioli e con le riunioni fra amici alle taverne. Ma non deve essere fatto l'errore di vedere "rassegnazione" nè nel contadino né nello zolfataro. Come non si può cogliere "rassegnazione" nella poesia del Di Giovanni ma forte rabbia contro chi è la causa di tutto poeta sa che la Sicilia nella sua lunga storia ha perduto quasi tutte le ioni e la colpa di tutto va alle mentalità dominanti degli sfruttatori, a quanti non hanno saputo capire che anche nei settori economici non si può prendere senza dare. Se nell'ottocento, infatti, si fosse pensato ad organizzare con concetti industriali l'estrazione dello zolfo, quella economia avrebbe potuto costituire una svolta epocale per la Sicilia, ma nessuno pensò alla programmazione del settore. Così nel momento in cui gli Stati Uniti furono in grado di invadere il mondo con zolfo facilmente estratto e prodotto a prezzi bassissimi, il nostro minerale entrò in irreversibile crisi nessuna rivoluzione o nessun governo avrebbero potuto ribaltare la realtà americana. Questo era chiaro anche allora e Di Giovanni, tanto sensibile ai problemi socio economici, sapeva tutto questo e capiva che non essendo possibile fare dello zolfo la ricchezza della Sicilia, essendo divenuto incapace di assumere il ruolo di fattore decisivo dello sviluppo generale, bisognava almeno intervenire per salvare tante vite umane, salvaguardandone la salute e rendendone il loro lavoro più umano. D'altronde, anche se lo zolfo non era più l'occasione della Sicilia, le necessità belliche della guerra 1915/18 prima, della guerra d'Africa e del grande ultimo conflitto mondiale, nonché l'isolamento internazionale in cui si venne a trovare l'Italia fascista, costringevano a tenere aperte le miniere di zolfo per approvvigionare il paese.Non restava quindi che denunziare quel tipo dì sfruttamento umano e sperare che l'autoritá dei governi e le deboli spinte della modernizzazione apportassero tutte quelle innovazioni atte ad eliminare l'orrore della solfara come "carnaia di vivi".Di Giovanni aveva visto sin dagli anni Trenta i primi frutti della modernizzazione, sapeva che a Caltanissetta già le macchine d'estrazione avevano sostituito i "carusi" e i forni "Gil" avevano preso il posto dei "preadamitici carcaruna". Ma si trattava di casi singoli e sporadici e quindi bisognava insistere con la denunzia, con la poesia dell'inferno per il riscatto del "Poveri carni umani sfracellati". E dobbiamo dire che la sua denunzia e quella di tanti altri ebbero ragione giacchè negli anni Quaranta i miglioramenti nelle miniere si erano generalizzati. Comunque Di Giovanneo non ebbe il tempo di vedere l'ingloriosa fine delle miniere di zolfo. Terminata la guerra e finito il fascismo le miniere non avevano più ragione economica per continuare ad esistere, anche se imprenditori e maestranze insistentemente si ostinavano a volere continuare la coltivazione dello zolfo.Tutto questo produsse un Ventennio di stentate gestioni, di scioperi, di speculazioni, di costi per la collettività. Finanziamenti a fondo perduto e crediti agevolati (spesso non restituiti) tentarono dì mantenere in vita un settore senza speranza, ma che non era più inferno. Certo, però, che tutto questo non poteva . durare in eterno, ed infatti oggi lo zolfo siciliano e solo storia e poesia.
|