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L'ampio respiro di quest'arte nasce dalla forza nativa del dialetto che, essendo più espressivo della lingua illustre, può rappresentare ogni fuggevole impressione e sentimento. Nel dialetto il temperamento artistico di Di Giovanni trova la sua coerenza, perchè aderisce alla vita del popolo, di cui può agevolmente interare le passioni elementari che, si sa, urtano con la raffinata eleganza della lingua letteraria. E come ciò sia vero, si vedrà leggendo Nel feudo durante la caccia, Il fiore pel barone e Povera gente: novelle in lingua, ove c'è un divario tra le parole sentimenti dei personaggi e dove la fantasia dell'autore si applica malamente ad evocare figure ed ambienti che troverebbero la loro piena realtà soltanto nella domesticità dei dialetto. Il Di Giovanni dell'opera dialettale ha un occhio limpido e sereno che guarda le cose con l'aurea semplicità d'un cantore di popolo e non si abbandona mai a stonature culturali e a virtuosismi antipatici. Si mantiene sempre in quella casta sobrietà che gli spira pagine saporose ed asciutte, assai lontane da ibridismi accademici, perchè riflettono, con cristallina purezza, il paese e gli uomini di Sicilia. Si veda, ad esempio, la differenza fra le "descrizioni delle novelle in lingua e certe note paesistiche dell'opera in dialetto. Nelle prime subentrano elementi eterogenei che si sovrappongono alla visione dei poeta: sono espansioni liriche a mo' di leitmotiv, che ci danno un paesaggio di maniera, staccato dalla vita dei personaggi e ridotto a funzione decorativa. Nelle seconde, invece, non c'è mai un tocco che ti faccia pensare a intrusioni di effetto: c'è, piuttosto, una luce sempre eguale che illumina le cose senza abbellirle e, nello stesso tempo, facendole vedere sotto aspetti differenti, in modo che or si noti una bellezza di cui non ci eravamo accorti, ora se ne intraveda un'altra nello stesso punto, per virtù di quella luce che il poeta riesce a diffondere sul paesaggio, come un raggio di sole. Le impressioni di natura sono originarie e profonde, e completano, direi, lo svolgersi delle passioni, sono gaie di colori allorchè motivo dell'opera è la letizia; sono grige e pallide quando scoppia il dolore e la vita toglie il velo alle sue finzioni per mostrare il volto nudo e solenne della morte. Così è nella novella La morti di lu Patriarca (1920), che esaminata attentamente ci darà l'occasione di chiarire altri aspetti dell'arte digiovanniana e ci spiegherà per quale via essa s'incammini per raggiungere una più matura visione della vita.
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