La seggia cu li vrazza

di Francesco Cannatella

La seggia cu li vrazza[1] costituisce la parte iniziale de Il poema di padre Luca[2] ed avrebbe dovuto far parte di quel pomo, rimasto lungamente acerbo, che č A la campėa[3], un'opera della quale il Di Giovanni ci ha lasciato gustose primizie ed alla quale, critico incontentabile, lavorō incessantemente senza raggiungere risultati che lo soddisfacessero in pieno.

L'opera appartiene alla seconda fase del poeta che, chiusa la fase giovanile con A lu passu di Giurgenti, in cui si č sperimentato verista e demopsicologo, č alla ricerca di una propria identitā, di una poetica matura e nuova che innesti sul verismo la visione cristiana della vita, giā presente nelle prime opere con accenni alla tematica francescana. Egli sente crescere, come necessitā dell'animo, il bisogno di legare insieme poesia e religiositā. Novitā quella del Di Giovanni e cimento riuscito il narrare per versi sciolti, il ritmo scorre, non soffre forzature ed il poema ha il timbro naturale del dialogo, il sapore e la novitā dei collegamenti casuali, risultando un narrare vivo che presenta la coloritura tipica della parlata popolare.
Un esperimento, dieci quadretti in versi sciolti che narrano la vita dei disperati del feudo con libertā espressiva ed espositiva, in una koinč linguistica che va al di lā della Valplatani, per renderla moderna e letteraria, l'unica che puō far parlare con naturalezza Nina Arfana, Ciccu Taglialavuri, Peppi D'Angilu, mastru 'Gnaziu e lo stesso padre Luca, personaggi reali. L'utilizzo della lingua italiana, estranea al feudo, avrebbe portato fuori dal mare della cāmpia i suoi cristiani, snaturandoli. L'Autore sente proprio il siciliano, lo possiede e con esso riesce liricamente ad esprimere ogni sfumatura del dolore, dell'affanno, del tormento dell'anima, della disperazione, della vendetta, dell'isolamento, della paura e dell'innamoramento del popolo ciancianese.
La scenografia iniziale č consueta e perfetta: una panoramica sulla natura che gioca con i personaggi in un alternarsi di primi piani e dissolvenza; la sera č in arrivo, necessario dare uno sguardo intorno per posizionare il palcoscenico prima che arrivi il buio; una finestra, immediato vicino, crea un cunicolo visivo fino al pizzo di una montagna, ultimo visibile, sul quale regge una lustrėa che non chiude lo scenario anzi lo riapre; il feudo non finisce lė, continua oltre e lo testimonia quel chiarore, dovuto alle stoppie bruciate, che sta a significare come lontano, sperduti, ci sono altri uomini, altre case, altri campi. I latifondi, uno dopo l'altro, uno accanto all'altro, si congiungono per separarsi, i confini servono per segnare la fine del potere di un galantuomo, di un gabelloto, di un soprastante, di un campiere e l'inizio del potere di altri galantuomini, gabelloti, soprastanti e campieri. Le case, con le povere anime che in esse trovano riparo, ricamano il feudo come stelle il cielo, apparentemente vicine, se osservate da lontano, ma isolate e separate anni luce, se viste da vicino. I personaggi, pur movendosi nel chiuso del feudo, non restano prigionieri di luoghi angusti e ristretti e recitano sempre in uno spazio aperto.
Gioco stupendo il prendere per mano il lettore, portarlo fuori dalla stanza attraverso la finestra aperta, sorvolare campi, ondulati come il mare, e giungere in cima ad una montagna che ruba il colore azzurrognolo al cielo che la sovrasta. Il Di Giovanni allontana dalla stanza il lettore non per fargli vedere la montagna ma perché possa, dal pizzo della montagna, vedere quant'č sperduto e com'č isolato nella campėa il villaggio che ospita la casa dei venti di padre Luca. Poetico questo introdurci nel poema, riaffermando il liet-motif della poesia del feudo: il silenzio, l'isolamento, lo smarrirsi, la morte che sovrasta il destino di ogni creatura. Infine una zumata per chiudere la prospettiva ed eccola lė la co-protagonista del poema: una sedia, circondata da 'un silenzio tragico' e dall'odore della morte che padroneggia nella stanza, ultimo segno terreno di padre Luca, assente per avere completato la recita del copione assegnatogli. Una sedia con i braccioli, umile servitrice; ha una storia di tribolazioni che somiglia a quella di tanti derelitti che ha visto sfilare nella stanza: rifiutata sul nascere, chi la desiderava non la vuole pių e, nel pieno splendore e funzionalitā, la vita le presenta una tragedia inaspettata: un armaluzzu camulusu, giorno dopo giorno, la corrode e la consuma, tramando morte.
La Seggia cu li vrazza č il ritratto di una societā ciancianese incompiuta e rassegnata: la scuola c'č ma non per tutti, infatti non serve per alzare il livello culturale di ogni bambino. I figli dei prigionieri del feudo non la frequentano, seguono i genitori appena l'etā consente loro di tenersi saldamente in sella al mulo, la necessitā di guadagnarsi il pane quotidiano č bisogno primario che strappa loro di mano il lapis prima ancora di passare alla penna, per mettervi una pesante zappa con la quale si eserciteranno a scrivere su terre brulle ed argillose che a mala pena ripagano un anno di duro lavoro; la viabilitā č inesistente, le strade di collegamento sono impercorribili ai rari mezzi di trasporto ed il carretto recita come puō la propria parte con i tempi che il passo del cavallo regge. Le necessitā di spostarsi dei contadini si possono contare sulle dita di una mano nel corso di tutta la vita. I loro piedi hanno dei prolungamenti, delle radici invisibili, cosi forti da riuscire a tenerli abbarbicati alla terra e, ben difficilmente, essi riescono a strapparli per allungare il passo oltre la Valplatani. Solo il servizio militare 'obbligatorio' consente a qualcuno di vedere per la prima ed ultima volta il mare, attraversando lo Stretto; i ricordi accumulati sarebbero bastati per parlare tutta la vita di montagne innevate e di fiumi sempre ricchi d'acqua; la sanitā, come servizio sociale, č da inventare; la fortuna di avere in paese un medico, č un costoso servizio da pagare, entro il 31 agosto, con il raccolto annuale. E a quanti impegni deve far fronte il contadino con quei quattro cocci di frumento? Sono come la pioggia nel deserto; il barbiere li aspetta, la putėa li richiede, in attesa c'č il sarto, da pagare il panniere, il calzolaio ed il bastaio reclamano il dovuto. Meglio chiamare il medico, dopo avere attentamente valutato la gravitā della situazione e, saggio, dopo avere tentato tutti gli impiastri, i cataplasmi di sostanze vegetali, gli impacchi curativi ed ogni rimedio indicato dalla medicina popolare. E se tutto fosse causa una malėa, opera di un maleficio? La stregoneria č temuta dall'ignoranza popolare ed ecco l'affannosa ricerca di una magara, la pių accreditata nella hit-parade paesana, cui chiedere un consulto. Mai il responso č negativo; la fattura c'č, brutta e maligna; la magara, fortunatamente, possiede gli artefici per vincere la battaglia che richiede tempo e pazienza.
Il dovuto al medico per la visita č cosa sopportabile anche per finanze pių magre, il temuto č la ricetta da portare in farmacia, le medicine sono tutte a pagamento, un salasso economico, non sempre sostenibile. Lo Stato sta a guardare cosė non resta che da vendere ogni proprietā, case e terreni, talvolta senza recuperare il bene della salute. La morte finisce con il divenire un'abitudine, un destino ineluttabile contro cui č inutile lottare, meno costosa la rassegnazione. Nella povertā del latifondo, spesso, il decesso di un animale da soma addolora il contadino pių di quello della moglie; difficilmente avrebbe potuto riacquistare un mulo mentre, gratuitamente, avrebbe preso un'altra disperata, talvolta pių giovane.
Giorni e giorni di carretto, una settimana, per andare e tornare da Palermo per una visita specialistica, gli ospedali restano invenzioni per le cittā e riservate ai galantuomini. La speranza di mastru 'Gnaziu di curare la figlia č riposta nella vendita di una sedia su cui lungamente ha lavorato, senza quel guadagno non č pensabile chiedere interventi alla medicina ufficiale e finché si campa nel feudo č una fortuna.

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La societā ciancianese, statica nel tempo ed immobile nella campėa, vive in una economia di sussistenza e strappa con sudore l'indispensabile per sopravvivere ai terreni, eppure c'č chi riesce a lucrare sugli oppressi. Cianciana ha un tarlo che silenziosamente la corrode: la māfia la intristisce, la sovrasta, spadroneggia, dispensando a piene mani soprusi, angherie e morte. La sedia di padre Luca č destinata a divenire legno da ardere e cenere da disperdere nel vento, la cāmula non perdona; Cianciana non farā la stessa fine, non sarā distrutta interamente, la māfia č un tarlo previdente, sa di avere bisogno di un corpo sociale vivo e vegeto in cui subdolamente installarsi per perpetuare il proprio potere, mantiene in vita l'ospitante solo perché possa sopravvivere l'ospite.
Grassi ed insuperbiti dalle loro coppole sbilenche non si mischiano con gli altri, si sentono diversi: sono gli uomini-contro, i mafiosi del feudo, nel quale carnefici e vittime sono costretti a convivere; se ne stanno boriosi ed arroganti in mostra sul marciapiede di mastro Gabriele[4]. Umili servi del prepotente di turno ed essi stessi prepotenti con gli umili; anelli asserviti in una catena umana che trova coesione nell'omertā e nell'abuso. Parlano con apparente serenitā mentre i loro occhi seguono con attenzione il messaggero di morte che si avvicina alla vittima ignara e spara. Una recita sullo scenario di sempre, giunge inattesa ma riesce sempre interessante e nuova. La māfia trasmette ritmicamente drammi antichi come messaggi di morte per intimorire e per tacitare, per eliminare concorrenti ed, a volte, per puro esercizio, tanto poco vale la vita di un uomo! Il delitto avviene in una serata che offre una folla quasi festiva, sotto la Torre dell'orologio, cuore del paese che ieri come oggi, ad ogni spettacolo si scuote, solo per un attimo e per caritā cristiana si segna velocemente. Non č la morte data in una solitaria trazzera o nella solitudine di un viottolo; occorre teatralitā e presenza di spettatori. Tutti i ciancianesi sono costretti a sentire lo sparo che entra a forza e violenta le loro orecchie; molti non possono non vedere quel corpo accasciarsi come un sacco vuoto; qualcuno chiama il prete; nessuno il dottore; l'urgenza primaria č la salvezza dell'anima, il corpo puō attendere, č risaputo che chi esegue un ordine, facendosi strumento di morte, non puō fallire. Il vigliacco fugge; assenti i carabinieri, i mafiosi non si scompongono, meglio non immischiarsi e continuano a parlare, gustando la vendetta appena consumata. Una societā di pietra. L'omertā, servizio reso ai violenti, copre l'assassino e lascia nell'animo di ognuno un peso che il tempo non riuscirā a rendere pių leggero; la paura, i condizionamenti sociali ed il timore di subire vendetta lo faranno stare gių, seppellito in fondo allo stomaco. La morte di un cristiano non č un fatto occasionale, dovuto alla cieca furia di una mente sconvolta dalle passioni, ma frutto di meticolosa programmazione razionale. E Cianciana per un momento diventa l'anti-cittā cristiana, l'antitesi del modello francescano che il Di Giovanni vede scorrere sotto i propri occhi senza intervenire. Resta cronista neutrale ed attendibile, i suoi personaggi rimangono fatalisticamente spettatori, accettando una scomoda realtā senza accendersi in fiammate di sdegno e di rivolta per estirpare il cancro che consuma il corpo sociale. Personaggi calpestati, schiacciati, costretti a sottostare alla tirannide della dominazione mafiosa, uomini che non hanno consapevolezza di riscatto della dignitā umana.La māfia rurale gestisce la Sicilia ed i siciliani sono gerarchicamente inquadrati in un rigido sistema. Il Di Giovanni vive gli anni della māfia del feudo, avverte nitidamente gli zėchiti zėchiti della cāmula fin dall'infanzia, '... mentre dormivo nel mio lettuccio, ero svegliato di soprassalto da continue schioppettate che riecheggiavano lugubremente, qua e ā, per il paese, nella campagna...'[5] e cresce nella stagione nella quale si sviluppava la questione meridionale.
A questi due problemi, che permeano ogni aspetto della societā, egli risponde con la sua fede nel francescanesimo per costruire una cittā a misura d'uomo, basata sui valori cristiani. Valuta lucidamente il fenomeno mafioso e gli effetti deleteri dell'onorata societā, ne fa un'attenta analisi ma non ritroviamo māfia nella sua poetica del feudo e, solo nel 1938, scriverā di ritenere risolto il problema mafioso dal Prefetto Mori. Lo stesso farā con le sofferenze del latifondo, si limiterā lungamente a tenere un atteggiamento paternalistico, osservando le pene e le tribolazioni dell'uomo del latifondo senza provare indignazione e senza trascinare nella ribellione gli oppressi, testimoniando le loro esigenze di giustizia. Crede che Mussolini avrebbe trasformato il feudo in un villaggio vivibile, unica condizione il portavi l'acqua e costruire strade, tanto che nel 1938 ridimensiona la drammaticitā della vita dei contadini, le cui situazioni secolari di disagio 'cominciano a farsi pių rade'[6].
Una pacificazione estetica di cui il Di Giovanni ha bisogno e di cui si servono i suoi personaggi per chiudere i tristi fenomeni della māfia e del latifondo. Il suo credo cattolico non č quello della liberazione e, risultando intriso di pessimismo, non poteva portarlo ad atteggiamenti o a soluzioni diverse.

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Padre Luca č confessore dei disperati, rifugio degli assassini, conforto delle persone che vivono a giorni perché l'anno č una misura di tempo troppo lunga per le incognite che si possono presentare: malattie, disgrazie, fame e māfia. Padre di tutti gli umili che lottano per conquistarsi il diritto di vivere. Egli rappresenta, maldestramente, frate Francesco, 'pur operando con intenti caritativi e con una dedizione che riscuoteva consensi e devozione, con la sua omertā finisce con il coprire il delitto mafioso di Ciccu Taglialavuri e col suo fatalismo non sa proteggere dal falso onore, in nome del quale era rifiutata, una povera ragazza, Nina Arfanu, che finisce suicida" [7].
Padre Luca č un'anima candida, muore soffocato dal peso delle tragedie che attorno a lui si svolgono, ha tanta sensibilitā da intuire perfino la morte della seggia ma non mostra la stessa capacitā con i sentimenti ed i comportamenti dell'uomo e si strugge: chi nuttata passau, 'nell'ingenua innocenza della sua anima pura e semplice, non sa a quali insani propositi puō spingere una travolgente passione d'amore, cosė come ignora sino a qual punto l'odio e il desiderio della vendetta possano, rendere l'uomo simile ai bruti, e come un disgraziato, in fondo d'animo buono e generoso, possa rendersi omicida per volere altrui, chč, dopo tutto, la morte, improvvisa e tragica, del buon prete č causata da questa sua ignoranza[8]'.
Vive in povertā evangelica: la casa č antica, rotta la gabbia, pochi e vecchi i libri, la credenza sgangherata, i muri sono anneriti e grezzi, non c'č lusso attorno a lui, non ci sono ricercatezze, unica comoditā la sedia con i braccioli, acquistata per caritā umana nei riguardi di mastru 'Gnaziu, suo compagno di gioco, di letture evangeliche e profane. Una sedia che per lunghi anni lo ospita, fino a tenerlo moribondo tra i braccioli. Uomo tra uomini, egli stesso prigioniero del feudo e delle sue rigide leggi, si vestirā a festa solo in occasione della morte perché sono gli altri a scegliere per lui gli abiti migliori.
La fama di padre Luca č portata al nostro poeta da un suo parente che aveva avuto l'occasione di assistere ai funerali con il popolo piangente al seguito della bara[9]. Il Di Giovanni resta lungamente e da solo nel buio della camera dove il prete č spirato per respirarvi quello che di lui vi č rimasto, perché 'le cose hanno un'anima che č fatta di tutte le anime che in essa han vissuto' attorno alla sedia che, via via, naufragava sempre pių nel buio della notte sconsolata, mi parve di rivivere, ad una ad una, le varie scene delle quali essa era stata muta spettatrice...'[10]. Da qui la motivazione prima di far rivivere padre Luca nei versi di un poema che dovrebbe essere ambientato nel villaggio, in veritā, luoghi e persone appartengono alla Cianciana dell'infanzia del Di Giovanni; inconfondibile la scalunata di lu Priatōriu ma poco importa, i luoghi, le persone sono variabili indipendenti sullo scenario della sicilianitā, essendo simile, se non identica, la condizione di vita nel feudo.
Indiscutibile la liricitā del IV° quadretto. Mastru 'Gnaziu č impegnato nel preparare in fretta un tabuto per un bambino, una dolorosa perdita che comare Peppa non riesce a sopportare, ne resta segnata a vita e per la disperazione doppu cci niscėu lu sensu. Tanto puō l'amore materno. Giseppa, la serva, č al forno. Padre Luca se ne sta al buio a godere del primo comparire delle stelle, nni lu celu nettu, che sovrasta li minnuliti. La serernitā del creato non rasserena completamente il suo animo, egli sta vigile e si adombra ad ogni rumore non previsto: quarcunu, forsi, acchianava la scala, un rumore di passi furtivi, di chi non vuole farsi vedere e notare. Una speranza per fugare ogni timore: Giseppa, la serva che rientra?! La voce č di Nina Arfana, un'anima in pena. Padre Luca spirdāu, satāu nni l'aria, s'arrunchiāu, gli manca il respiro, vuole assicurarsi di non aver capito male: Cu? Nina la Magāra? Fosse stato il Diavolo, avrebbe trovato pių ospitalitā.
Lei scopre i capelli e, al debole chiarore del cielo, mostra a padre Luca quel viso che tutti desideravano e du' occhi ca parivanu du' stiddi ... du' occhi nėuri di 'ntantazioni. Non vuole sapere perché č venuta a trovarlo, ha paura del chiacchierare della gente, non sente la disperazione nella voce di lei, non vede l'abbissu sbarracatu a li sō pedi nč il dramma scritto nei suoi occhi. Povira sfurtunata! Vuole confessarsi, ha, forse, giā deciso di porre fine alla propria esistenza tribolata ma vuole riappacificarsi con Dio. Anima innocente! Ed egli si trova prigioniero della sedia, lei, inginocchiata e piangente, č ai suoi piedi.
Nina Arfana esce fuori prepotentemente dai versi e fa sentire l'urlo silenzioso della propria disperazione: sembra di vederla, tragica creatura, combattere affannata contro i pregiudizi di una societā che, pur avendole usato violenza, rubandole l'innocenza, la rifiuta e non si cura dello smarrirsi della magara. Signuri me', curriti nni la chiusa Di Lanzalacqua, ca cc'č Nina Arfana 'Mpinta a 'na corda con gli occhi fissi sembra chiedere conto al cielo della propria sorte: Cristu, chi nni facistivu di mia?Di fronte alla tragedia, un dubbio assale padre Luca: Si lu Signuri la mannāu nni mia pi salvaricci l'arma, ed iu, 'gnuranti, Nun la sappi capiri e cunfurtari? Ma č solo un dubbio, il Di Giovanni non gli consente altro.

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Le passioni, durante la lettura del poema, si accendono e si scatenano irrefrenabili, le ingiustizie del poema non sono finzione ma realtā riscontrabili: ne nasce un ribollire di sentimenti che ci fanno partecipi della narrazione e ci trascinano nei drammi umani dei vari personaggi. Ed ecco il Di Giovanni, consapevole della tensione emotiva provocata, con abilitā e maestria poetica, da profondo conoscitore dell'animo umano, ci offre momenti descrittivi in cui profonde eleganti capacitā pittoriche. Le immagini dai delicati lineamenti scultorei si stagliano nitide con una coloritura naturale, si ha l'impressione di non leggere pių e di osservare, incantati, scenari vivi e reali, ritrovandoci assorti ad ammirare paesaggi ed immersi in momenti lirici che ci calmano, ci rasserenano, cullando ed allontanando ogni ansietā. Ed č poesia.
Sull'onda delle considerazione del poeta che avvisa "i lettori arguti non vorranno ricercare in questi sciolti l'onda melodica del mio poema francescano Lu puvureddu amurusu nč l'orchestrazione dell'altro mio poema Lu frati, potessi trovare la forza di contraddirlo e di convincerlo del contrario!


[1] In 'Corriere di Sicilia' di Palermo dell'11 aprile 1911.
[2] Il poema di padre Luca, Palermo, Sandron, 1935. Tip. Boccone del Povero. (Dedicato ai nipoti Gaetano Di Giovanni e Lilla Giaccone in occasione delle loro nozze nel giugno 1935.)
[3] Ne avrebbero fatto parte altri lavori: Le voci del feudo, Palermo, Sandron, 1938, Tip. Boccone del Povero, che comprende I sonetti della surfara; Zza Francischedda, in 'Sicula', luglio-agosto 1910 e nello stesso anno in L'Ora di Palermo del 3 giugno, e due opere inedite: La raggia muta ed il poema Lu frati, incompleto, del quale abbiamo alcuni brani: Ma la mamma unn'č, La vuci di lu ventu, Un sonnu angustiusu, Na vuci d'angilu, Lu munnu novu, incompleto.
[4] Verosimilmente all'angolo tra Via De Michele (oggi Via Roma) e Salita della Piazza (oggi Salita Regina Elena), sotto il potente palazzo baronale.
[5] A. Di Giovanni. Teatro siciliano. Catania, Studio Editoriale Moderno, 1932. Prefazione.
[6] A. Di Giovanni. Lu saracinu. (Prefazione a cura di Pietro Mazzamuto) Biblioteca Letteraria Siciliana. Il Vespro, Palermo, 1980.
[7] A. Di Giovanni. Lu saracinu. op. cit.
[8] A. Di Giovanni - Il poema di padre Luca. op. cit.
[9]"Morė in un remoto villaggio agrigentino, abitato, credo anche ora, da qualche centinaio di contadini e solo da uno, due borghesi campagnoli, che in Sicilia vengono chiamati galantuomini, anche quando non lo sono. … E, un giorno lasciai il mio nido di falco, … e dopo aver guadato il Plātani, con l'aiuto di una robusta giumenta, m'arrampicai, per ore ed ore, su per i sentieri rupestri del Sālacio, tra i ginepri, i pistacchi e gli ulivi centenarii: attraversai altri feudi, solenni, sconfinati, deserti, finché giunsi nel villaggio di Padre Luca" [9].Dagli elementi geografici e territoriali, descritte dall'autore, si puō tentare di individuare la meta del viaggio. Da escludere i paesi che, partendo da Cianciana, possono essere raggiunti senza necessitā di guadare il Plātani: a nord, Alessandria della Rocca, Bivona e Santo Stefano Quisquina, ad ovest Ribera, Calamōnaci, Caltabellotta e Burgio. A sud, Cattolica Eraclea, Montallegro e Siculiana, pur presentando l'attraversamento del Plātani, non possono essere il villaggio ricercato in quanto per raggiungerli non occorre percorrere il Sālacio; Raffadali č da escludere perché da sempre risulta essere un popoloso centro abitato e mal si adatterebbe la definizione di villaggio. L'unica possibilitā č continuare la ricerca verso est, dove troviamo San Biagio Platani, da eliminare perché la via da percorrere sarebbe stata quella dei feudi Cinič e Māvaro o di salire verso Alessandria della Rocca e piegare per il feudo Chinesi, in entrambi le ipotesi resta escluso il Sālacio. Resta solo un piccolo centro abitato che, allora come oggi, si puō raggiungere attraverso gli stessi pistacchi e gli olivi secolari del Sālacio, proseguendo per i feudi Mizzaro e Giardino: Sant'Angelo Muxaro, appollaiato su Monte Sant'Angelo, che ancor di pių lo isola nel feudo sconfinato.
[10] Alessio Di Giovanni. Il poema di Padre Luca. op. cit.

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