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Di Giovanni demologo crea non poche emozioni in chi già lo conosce come poeta, drammaturgo e letterato. Il ritrovarlo studioso delle tradizioni e dei costumi popolari ci è offerto dal Bollettino de Il Regio Provveditorato agli studi della Sicilia, conservato presso la Biblioteca Regionale di Palermo. Un cantiere culturale che lo coinvolge in un percorso narrativo mensile alla scoperta della Sicilia per capire i siciliani, ponendo grande attenzione all'uomo ed alla dignità della persona. Egli curava La pagina paesana, trattandovi tematiche folkloriche, letterarie, linguistiche, poetiche e pubblicandovi anticipazioni letterarie del Saracinu, de La pisca biniditta e dei Fioretti di San Francesco. Ci sono pervenute le annate II-V che corrispondono agli anni scolastici 1924-25, 1925-26 e 1926-27[1]. Ritroviamo scritti sul folklore in Anno II: nn. 18-20, La stràgula; nn. 23-24, Il Vicario di san Giuseppe. Anno III: n. 7, Chi è Santo Bauna; nn. 11-12, La benedizione delle barche; nn. 13-14, Fra i pescatori di Sferracavallo; Anno IV: n. 1, Sant'Antonio e il suo compagno; n. 10, Come si pregava sull'aia; Anno V: n. 4, Un poeta e un brigante d'altri tempi; n. 8, Un'allusione alla casa Savoia in un pseudo-canto popolare siciliano; n. 9, I canti ditirambici della mietitura; n. 12, Il Venerdì Santo in Valplàtani. Sono 11 testimonianze demologiche: 8 trattano temi legati alla religiosità della civiltà contadina e del mondo marinaresco, 2 si occupano di canti popolari, 1 di leggende del popolo. Un numero limitato di affeschi letterari dei quali non ci sono pervenuti i manoscritti originali, le minute carte ed i fogli sparsi dai quali potremmo meglio capire:
il labor limae a cui il Nostro li ha sottoposti per arrivare alla stesura finale;se le varie testimonianze facciano parte di un progetto unitario;la dimensione e la qualità del materiale inedito;i tempi di raccolta e di gestazione, poiché è poco credibile che il Di Giovanni si occupasse mese per mese di scrivere un articolo, più verosimile che egli nell'accettare La Pagina paesana avesse già un programma di pubblicazione, un archivio folklorico a cui ricorrere.L'interesse del Di Giovanni per le tradizioni popolari isolane è lontano da qualsiasi stereotipo culturale, risultando piuttosto il desiderio di indagare ed esplorare tesi e concetti nuovi. Egli ama descrivere, scomporre ed interpretare i temi trattati, inserendoli nel contesto storico e sociale ed in un'ottica antropologica. Annota il folklore del territorio, racconta la Sicilia con il folklore, riporta la cronaca dei fatti, incamminandosi oltre la cronaca per aiutare il lettore ad interpretare ed a capire la comunità in cui vive. Un folklore praticato e non predicato che denota un autonomo ed organico metodo di lavoro, quello della ricerca sul campo, una indagine che non necessità di informatori, di cui il Nostro non si fidava molto a causa dei 'falsi d'autore'. Molti raccoglitori ed informatori per vana gloria od effimera notorietà non esitavano a lavorare di fantasia, per fornire allo stesso Pitrè ed al Salomone-Marino, grande quantità di etnotesti, spacciandoli per genuino prodotto della cultura popolare. Grande eco aveva avuto in Sicilia la beffa, operata dal Capuana al Vigo nel fornirgli dei canti scritti di propria mano per rivalsa del trattamento subito. Il Vigo aveva attribuito ad Acireale dei canti, raccolti dal Capuana a Mineo, sua città natale[2]. Ne scaturì una querelle con interventi del Salomone-Marino e del Pitrè contro il Vigo, la cui Raccolta amplissima ne uscì privata di ogni credito.Il Nostro non ha una visone corta e localistica, la sua ricerca è un tour che spazia per tutta l'Isola. I temi trattati sono originali e completano l'opera del Pitrè. I fatti vengono corredati da solide conoscenze culturali. In Sant'Antonio ed il suo compagno[3], il lettore trova una messe di informazioni che si riferiscono a: famosi pittori ed alle loro opere, raffiguranti Sant'Antonio: Vincenzo de Pavia, Pietro Novelli, Spatafora, padre Fedele da San Biagio, Domenico Morelli e padre Saverio da Fourviero;regioni: Sicilia, Toscana e Provenza;città: Caccamo, Modica, Mournas (Provenza), Noto, Palermo, Sant'Antonio (Delfinato);chiese e conventi: Chiesa di Valverde, Chiesa di Sant'Antonio e Convento dei Cappuccini in Palermo;autori: Emilio Agostini;testi: Aiòli d'Avignone, Vite dei Santi Padri e Lumiere di Sabbio.Inoltre il Nostro si sofferma ad indicare alcune caratteristiche dello stile che qualcuno dei pittori offre, perché il lettore possa da solo individuarne altre. Il Di Giovanni si mostra buon conoscitore delle tematiche e delle questioni dibattute nella demologia europea, ne segue gli studi, conosce le novità. Si esprime con autorevolezza nelle questioni siciliane come ritroviamo in Un'allusione alla casa Savoia in un pseudo-canto popolare siciliano[4]. Il suo intervento sui canti storici implica lo studio della Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane e dei Canti popolari siciliani del Pitrè, di Muse siciliane del Sanclemente, della Raccolta amplissima del Vigo, della Storia del Regno di Sicilia del Di Blasi, della Nuova antologia, di Gli "ismi" contemporanei un articolo del Capuana su Lionardo Vigo e la conoscenza dei contribuiti degli studiosi, quali Pitrè, D'Ancona, Capuana, Salomone-Marino, Vigo e Michele Amari. Il canto era letterario e non storico ed il richiamo alla Casa Savoia era stata opera del Vigo che, irritato per la situazione politica dei tempi, aveva innestato nel canto popolare un negativo richiamo ai non amati Savoia. Il Di Giovanni dichiara che per scoprire la falsità del canto bastava notare come il popolo non nomini mai Casa Savoia e che il riferimento ad essa nei versi popolari si racchiude in Vittoriu, Vittorio Emanuele. Lo studio del folklore anche se non riveste lo spessore degli altri impegni letterari sviluppati, non può essere considerato un interesse secondario, quanto un completamento, un'appendice od una continuazione. Egli preferì non scendere in campo, forse non desiderava avere visibilità né aspirava ad essere risconosciuto interprete e primo attore della idealità siciliana.Il mondo contadino e quello marinaresco occupano gran parte delle sue indagini. Il primo lo conosce direttamente, dalla piccola finestra della sua casa egli vede i campi della Difisa ed in essi i contadini zappare, mietere, sudare e cantare. La voglia di conoscere gli uomini che vivono la sua stessa Sicilia lo porta a scoprire i marinai. Egli ama il mondo contadino perché lo conosce profondamente ed intimamente ed è pronto a difenderlo contro "la dolciastra ed effeminata rimeria di certi arcadi visionari che s'ostinano a guardare ancora alla vita delle nostre campagne attraverso la letteratura, e a dei falsi preconcetti che fan loro perdere il senso della misura e della realtà, e fan loro vedere tutto azzurro, poesia, candore e verde."[5] Egli invita codesti adoratori di pastorellerie a guardare al crudo realismo del Di Giacomo ed a meditare su quanto scritto dai sociologi e dai demopsiclogi. Il Di Giovanni prende congedo dai suoi lettori con Il Venerdì Santo in Valplatani, "un brano che tolgo da un mio libro inedito che probabilmente non vedrà mai la luce"[6]. Il luogo natio, Valplatani, è descritto in una pagina di delicata poesia che ne esalta i colori, il profumo ed i suoni che egli gelosamente custodisce nel proprio animo e che sono quelli che egli ha potuto e saputo assaporare negli anni della giovinezza. Una realistica e minuziosa descrizione del Venerdì Santo in Cianciana sullo sfondo di una natura che sembra farsi attorno al Cristo morente, inchiodato in Croce, per lenirne le sofferenze. Una pagina che fa sentire i suoni del tamburo: ton… ton… toton … ton… ton … toton…; che racconta a colori: il chiarore del cielo è apocalittico, nero il legno della croce, bianco il raso della barella e color caffè il corpetto delle figlie di Maria. La descrizione rende quasi percepibile il profumo dei primi fiori dei mandorli. Cianciana era già stata presente ne La Pagina paesana con Un poeta ed un brigante d'altri tempi[7]. Una tradizione volgare valplatanese che trova riscontro nella leggenda popolare di Bagheria, riportata dal Salomone-Marino. Una dedica ad Antonino Di Blasi da Pietraperzia, inteso Testalonga, brigante dei derelitti, brigante per caso e per avverso destino, vittima egli stesso della povertà e della disperazione. L'intreccio della storia popolare che vede altri protagonisti, Vincenzo Felice Sedita, il poeta e arciprete di Cianciana, ed il rozzo barone Pietro Coffaro di Cammarata, serve al Di Giovanni per fissare uno sguardo attento alla Sicilia della seconda metà del Settecento, rattristata dalla carestia e dalla fame, popolata di briganti audaci che taglieggiano pacifici agricoltori e ricco di prepotenti baroni. Nel raccontare la loro storia, egli analizza la vita e le costumanze di un piccolo centro dell'entroterra e descrive il territorio ciancianese, il fiume Platani con le sue anguille grossi e famusi ed i cefali, ddru dilicatu pisci, ch'è duci sia 'rrustutu o frittu; i feudi, le pianure di Bissana, il Luponero, desolato ma ricco di selvaggina: conigli, lepri, pernici, volpi ed istrici. L'impostazione metodologica è moderna, impreziosita da nozioni che definiscono l'origine, il significato e, talvolta, anche il simbolismo presente nella testimonianza demologica. In La stràgula[8], il Di Giovanni, dopo essersi soffermato a descrivere il rustico carro, originariamente utilizzato in Ribera per festeggiare la risurrezione di Cristo, informa il lettore che "la stràula, simboleggia la fortezza e la costanza dell'anima cristiana, il pane benedetto, l'istituzione della Santa Eucaristia e l'abbondanza; gli agnellini, i cavallucci e i bovi di caciocavallo, la pastorizia, fonte di ogni prosperità; l'alloro e il mirto, la gloria per l'umano riscatto; il rosmarino la fraganza della fede. E il magnifico agnello di pasta reale? La soave mansuetudine di Gesù Redentore. Ecce Agnus Dei."[9] Egli si sofferma sulla logicità del popolo nelle credenze e lo racconta in diretta nel suo vivere la festa e nel rapporto con il sacro. La demologia risulta un campo dove, per quanto complesso, il Di Giovanni si muove ed opera a 360 gradi con un impegno che non è soltanto mentale e razionale ma anche fisico, visto il metodo di indagine conoscitiva, svolto personalmente e direttamente nei diversi comuni siciliani per registrare ed analizzare l'autenticità della cultura popolare. Il mondo degli umili stimola il suo interesse antropologico e ne studia credenze, morale, religione, impianti di valori, comportamenti e li propone come testimonianze della quotidianità della vita. La Pagina manifesta e convalida l'attualità del demologo ciancianese e la sua personalità libera ed autonoma.
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[1] Risultano mancanti i Bollettini che contengono, come lo stesso Di Giovanni informa: Come si perpetuano certi errori, n. 15 del 1925; La morticina, Accanto al fuoco, Miseria, n. 8 del 1926; Fra i contadini di Valdelsa, n. 9 del 1926.
[2] "Che importa? - egli mi rispose - di Mineo, o di Acireale, rimangono sempre siciliani. E fu allora che io, non volendo mostrarmi da meno nell'amore del proprio paese, gli feci la burletta di foggiare qualche centinaio di canti, da lui, in buona fede, poi stampati come popolari.". G. Cocchiara. Le origini della poesia popolare, Torino, Paolo Boringhieri, 1966, p. 303.
[3] Anno IV, Bollettino n. 1 del 30 ottobre 1925.
[4] Anno V, Bollettino n. 6 del 30 marzo 1927.
[5] Anno V, Bollettino n. 9 del 30 giugno 1927, pag. 204.
[6] Anno V, Bollettino n. 12 del 30 settembre 1927, pag. 294.Tale numero chiuse la pubblicazione. La Redazione decise ciò a motivo della morte del Provveditore agli studi Donato Gavino, fondatore e direttore del Bollettino.
[7] Anno V, Bollettino n. 4 del 30 gennaio 1927.
[8] Anno II, Bollettino nn. 18-20 del 15 e 30 ottobre 1924.
[9] Pag. 290-291
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